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E per le marche, quale conversazione?

Verso quale conversazione stiamo andando? Una conversazione collaborativa o una conversazione competitiva? Se lo chiede Luca De Biase in lungo interessantisimo post (qui), introducendo una distinzione che secondo me durerà a lungo.

Nel post di Luca l’attenzione al tema è tutta politica e sociologica. C’è una conversazione collaborativa che è quella che è stata abilitata, resa possibile da Internet, fatta dalle persone e costituita da milioni di microconversazioni distribuite geograficamente e per interesse. Luca individua poi una forma (deviata, deviante, diversa?) di fare conversazione in rete che definisce conversazione competitiva, quella di chi approccia la discussione sul web come una tribuna politica, dove lo scopo non è co-creare qualcosa, ma convincere l’altro (gli altri). O quanto meno disturbare il “competitor”, il concorrente, il rivale politico, etnico, religioso, economico o il rivale nella conversazione in genere. Appare subito chiaro come dietro questi due approcci alla conversazione ci siano due modelli di pensiero, due visioni del mondo, quasi. Il dibattito, molto collaborativo, è già partito di domenica pomeriggio sul blog di Luca e vi lascio a quello per tutti gli aspetti sociali e politici.

Mi aggancio al discorso solo per proporre la variante marketing di questa distinzione, e provare un esperimento collaborativo. Proviamo a immaginare queste due tipologie di approcio alla conversazione per un brand, per una marca. La marca è abituata per definizione alla competizione, in qualunque stanza di marketing si parla di concorrenza, competitors etc etc. Verrebbe da pensare come naturale che un brand avvii delle conversazioni competitive sul web, cercando di dimostrare la sua superiorità. Ma nelle stanze del marketing si vive moltissimo anche di collaborazione: ricerche di mercato, R&D, test di prodotto. A pensarci bene a una marca dovrebbe venire altrettanto naturale avviare delle conversazioni collaborative.

Di primo acchito verrebbe da pensare che dato che il web è fortemente sociale, sia meglio per i brand tirar fuori il loro lato collaborativo. Il fatto è che il web è anche fortemente competitivo (basti pensare a ranking, traffico, aste di keywords) e quindi una marca dovrà giustamente difendersi in un territorio di competizione.

E quando sul web ci saranno marche concorrenti? Due produttori di pasta o di vino o di auto: cosa succederà quando due marche concorrenti si incontreranno nella stessa conversazione? Competeranno o collaboreranno? Avvieranno un dibattito da tribuna o una conversazione aperta?

Altra cosa: chi regolerà queste fattispecie? Come per la pubblicità arriveremo alla conversazione occulta, la conversazione sleale e la conversazione ingannevole?

Il punto è molto teorico, ma può offrire degli spunti a mio avviso interessanti. Domani a Venice Sessions se riesco provo a chiederlo a Martin Sorrell, vediamo che dice… Tornando a noi, quasi certamente la risposta è un po’ di tutte e due, allora proviamo a elencarne casi o forme. Inserite nei commenti un caso vero o teorico di conversazione collaborativa oppure competitiva per un brand? Cosa può fare una marca di collaborativo sul web? E di competitivo?

Perché su Internet le aziende si DEVONO comportare “come le persone”.

Si discute da molto e in varie forme tra blogger, esperti e non esperti di comunicazione online se sia giusto che le aziende adottino modalità di comunicazione tipiche dei social media e cioè pensate per le persone e non per i brand. Il problema è mal posto, secondo me. Per vari motivi.

Esiste innanzitutto la cattiva pratica in cui molti consulenti propongono strumenti inadatti, mentre ce ne sono alcuni predisposti ad hoc. Poi esiste la cattiva committenza, che pretende da progetti sui social media tempi e risultati non ottenibili, viziata da pratiche storiche sui mass media. Infine esiste la cattiva critica, quella rancorosa che si incentra su ogni minimo possibile sbaglio, invece che mostrare la strada. Ed è forse quella che fa più danno, non portando valore e dando visibilità solo all’errore o al pericolo, mai all’opportunità.

Il grande equivoco di fondo è che molte persone, molto familiari col web, si aspettano dalle aziende una conoscenza istantanea e una prassi comunicativa perfetta dal giorno zero. Non accadrà mai. Il valore sta nel portare le persone dell’azienda in un percorso di conoscenza virtuoso che, nel corso degli ANNI, le porti a diventare cittadine della rete a pieno titolo.

In sostanza il dibattito verte sul tema: “in un contesto di persone, come può muoversi l’azienda?” – “E’ giusto prevedere la presenza dei brand nei Social Network?”  - “Le aziende devono stare su twitter?”  -  Etc Etc… Premesso che il vero punto sta come sempre nei contenuti e non nel mezzo (hanno qualcosa da dire queste aziende?), ecco una serie di “perché” le aziende è giusto che pratichino comunicazione nei Social Media. Anche in modo limitativo, anche poco e non troppo bene, ma purché intanto assimilino logiche e criteri e poi li applichino.

- Perché i Social network PREVEDONO la presenza dei brand.

- Perché i brand [su Internet] non hanno molte altre chance, ameno per ora.

- Perché i Social Media stanno prendendo il sopravvento e funzionano in chiave relazionale e non “inserzionistica”.

- Perché per attrarre l’attenzione delle persone devi essere “Human” e non puoi essere solo brand.

- Perché paga.

- Perché è vero che è ridicolo pensare che si possa diventare amici di una macchina, ma è anche sbagliato criticare un mondo perché qualcuno lavora male.

- Perché porsi il dilemma se abbia senso l’agenzia 2.0 è tempo perso. Il problema non è quello, il problema è AIUTARE le aziende a comunicare nel modo giusto. Farlo, non parlarne.

- Perché le aziende sono fatte di persone.

Che poi tutto questo non sia facile, siamo d’accordo. Ma cosa volete: visibilità senza pagare il media e senza fare un po’ di fatica? :-)

Twitta al senatore: Obama trascina sui social media i senatori USA.

Tweet Your Senator

Tweet Your Senator

Si chiama “Tweet your Senator” ed è una piattaforma di lobbying via twitter: in pratica i Democrats invitano a twittare il nome del senatore del proprio stato esortandolo a votare a favore della legge sulla “health insurance”. Una volta si raccoglievano le lettere, oggi basta una piattaformina di mash-up e si raccolgono le twittate. La piattaforma  è ospitata su barackobama.com caricandola così di tutto il peso presidenziale ed è semplice e intuitiva, provatela: io ho inserito 90210 (il CAP di Beverly Hills, il primo che mi è venuto in mente) e mi si è aperto twitter con pronto il messaggio corredato di hastags e tutto:

To Sen. Dianne Feinstein: We need quality health insurance for every family in our nation now http://bit.ly/DWsN8 #hc09 #CA #90210

Il caso è interessante IMHO per tre motivi:

- Il Presidente USA sta evangelizzando la politica al Web e disintermediando il rapporto cittadino-istituzioni

- L’empowerement dell’elettore USA che viene dotato di strumenti di dialogo diretto sempre più vicini ai suoi usi.

- Un ulteriore endorsement per Twitter come ingranaggio centrale di un ecosistema di conversazione

Vai a Tweet Your Senator.

[via Salvo Mizzi]

Social Media Marketing / Web Vs. Facebook: due modelli a confronto.

Internet e facebook: due tipi di “griglia” molto diversi. Il World Wide Web è per definizione una griglia aperta in cui tutto è condivisibile, riprendibile, cercabile. I Social Network e facebook in particolare, invece, sono griglie chiuse o semichiuse. In cambio di una profilazione molto penetrante e grandi accelerazioni di contatto, posso però vedere solo i contenuti di persone che hanno accettato di essere miei amici o contatti, posso cercare solo tra questi profili e spesso in modo limitato.

Questo diventa un bel problema quando un Social Network arriva a 8/9 milioni di utenti, ma si hanno solo poche migliaia di amici. Diventa un bel problema per chi deve innescare azioni di P.R. o solo predisporre rassegne o monitoraggio della online reputation di un brand.

Alla domanda (oggigiorno frequente) “Cosa si dice del mio prodotto su facebook?“, l’unica vera risposta onesta è: Non è dato saperlo. E’ possibile sapere cosa dicono di un prodotto i propri amici o amici di amici, ma in modo molto ridotto.

Gli strumenti di monitoraggio della reputazione, interni a facebook, infatti  sono:

- la search, che appunto non mostra i contenuti di chi non ci è amico e dà in ogni caso una ricerca non sui contenuti, ma sui profili/pagine (cioè il risultato non è il contenuto ma la pagina/profilo relativa alla search effettuata.)

- Lexicon, che però evidenzia solo gli argomenti più discussi e non consente di cercarlo per il brand desiderato.

Diversa la natura dei problemi in fase di promozione, per i quali rimando sia alle slide presentate all’Università di Ancona, sia a post successivi. 

Il punto è quindi: come muoversi, sia in termini di ascolto, sia in termini di contatto/diffusione dei contenuti su un sistema a griglia chiusa, dove se un utente parla di me non lo vengo a sapere?

My 2 cents: strutturare profondamente e intensificare sempre più la propria presenza, il proprio network e contare sul modello “sociale”, per cui buoni contenuti attirano sempre più utenti e loro stessi fungeranno da vostre “antenne”.

Cliccate sull’immagine per ingrandirla.

 

LINKS

L’evento di oggi, 11 maggio a Ruling Companies

Scarica il dossier di Lele Dainesi: Social-Networking

Segui l’evento live sulla pagina facebook di The Ruling Companies

Social Media Marketing all’Università di Ancona.

Oggi alle 17:00 interverrò all’incontro organizzato da Club TI Marche ad Ancona dal titolo: “Creare conversazioni dentro e fuori l’azienda”. E’ una tavola rotonda dalla durata limitata così ho preparato un intervento sintetico che mette in luce i punti di difficoltà, ma spesso anche opportunità, che le aziende incontrano quando devono affrontare un’attività di marketing sui Social Media. La presentazione si intitola:

Social Media Marketing 5 problemi/opportunità.

[powered by Unilever] “I nostri brand non sono più nostri”. I 5 nuovi comandamenti del marketing.

Simon Clift è il Chief Marketing Officer (CMO) di Unilever, uno dei giganti mondiali dei brand Food, HomePersonal Care.

Advertising Age è da un bel po’ di decenni la “bibbia” del mondo della comunicazione.

Il CMO di uno dei più grandi spender di pubblicità dichiara sulla bibbia dell’Advertising: “Brands aren’t simply brands anymore. They are the center of a maelstrom of social and political dialogue made possible by digital media”.

Il mantra recitato da Clift sembra quello che da qualche anno i marketing Blogger predicano incessantemente. Continua a leggere ‘[powered by Unilever] “I nostri brand non sono più nostri”. I 5 nuovi comandamenti del marketing.’

Identità della pubblicità

Singolare come si faccia sempre più fatica a capire se una pubblicità è vera o falsa. 

Google Latitude e il Marketing

Google Latitude screenshot

Nei giorni scorsi è stato lanciato un nuovo servizio di GeoTagging e condivisione della propria location che si chiama Google Latitude.

In sè non è una novità, l’integrazione GPS/Mobile/social network è già diffusa, è interessante che venga da Google, che funzioni benissimo anche su cellulari non GPS triangolando la posizione con le celle e che abbia subito scatenato l’entusiasmo e la voglia di provarlo.

GeoTagging in due parole…
Con il mio cellulare (GPS o meno…) identifico la mia posizione e la comunico a una rete di amici o a chiunque a seconda di cosa io decido. Al tempo stesso posso conoscere la posizione dei miei amici a un preciso momento o scoprire che si trova dove sono io nel momento in cui arrivo in una città nuova o in un determinato posto.

…e non serve solo per fissare aperitivi.
Le occasioni sociali del geotagging sono ovviamente infinite: scoprire chi viaggia sul mio stesso treno, chi è allo stesso concerto o al parco la domenica pomeriggio. Ma si va ben oltre… Continua a leggere ‘Google Latitude e il Marketing’

Quando è la pubblicità a guardare te

Helmut Newton, vista su blog.massimoprizzon.it 

 

Photo: Helmut Newton, vista su blog.massimoprizzon.it

 

Secondo me la vera rivoluzione di questi anni (ammesso che di rivoluzione si possa parlare) non è Internet, ma la tecnologia. Ce ne andiamo in giro con telefoni capaci di fare operazioni che negli anni 70 nemmeno i computer dei servizi segreti potevano fare. Macchine fotografiche più potenti di quelle usate da Helmut Newton per fare una sua foto e videocamere tascabili più potenti di uno studio televisivo degli anni ‘80. Internet è la rete che mete in collegamento tutta questa tecnologia.

Una delle frontiere della pubblicità, e in particolare di quella parte di pubblicità denominata “Outdoor” (le affissioni) pare essere l’ “Audience measurement“, la possibilità cioè, attraverso delle piccole videocamere di capire se qualcuno sta guardando una pubblicità, se è maschio o femmina, di che gruppo etnico è, adeguare il messaggio mostrato e registrare tempo e reazioni facciali.

Arriverà anche il banner (o il sito) che ti chiederà di accendere la webcam per vedere se sorridi alla pubblicità?

 

QUI un filmato dimostrativo

Measuring In-store Shopper Engagement

Il Post sul blog di WIRED

MEDIASAURUS. I mass media di oggi sono i fossili di domani (Michael Crichton, Wired, 1993)

Grazie a Gianni Lombardi che lo aveva tradotto all’epoca, riscopro oggi questo discorso di Michael Crichton tenuto presso il National Press Club nell’Aprile 1993. Ve lo riporto integralmente, interessante anche il prototipo di licenza in calce.

All’epoca, come ricorda Gianni, “accedere a Internet non era tanto facile. Il modo per ricevere “contenuti” da Wired si attuava prevalentemente via e-mail. Si mandava un messaggio  a uno specifico indirizzo e si riceveva in modo automatico o  semiautomatico l’articolo che interessava.”

Ciononostante le osservazioni di Crichton sono al centro del dibatti di oggi su informazione e (sic) nuovi media. Leggetelo: anche se è lungo è illuminante.

Scarica qui il PDF di Mediasaurus

 


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INFO

Questo è il blog del libro Internet PR Il dialogo in Rete tra aziende e consumatori di Marco Massarotto, Apogeo Editore. Il libro è disponibile a partire da Marzo Aprile 2008, il blog lo precede, ma soprattutto, lo farà continuare a vivere in rete.

La scheda del libro su Apogeo.
Internet PR su Anobii: qui.
Internet PR su Facebook: qui.

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