It’s the Facebook economy, baby… (Ma chi la sa misurare?)

Cresce la sede italiana di facebook, ma cresce ancora di più il ruolo del (ormai) potentissimo Social Network nel mondo e nel nostro paese. L’ottimo Vincenzo Cosenza aggiorna la sua World Map of Social Networks e… Ta-Dah… il mondo è blu!

 

Ma non è solo il dato di diffusione di utenti a far impressione. Facebook (nata nel 2004) ha già “conseguenze” dirette nell’economia di molti paesi, compreso il nostro. Si stima che facebook abbia apportato 15,3 miliardi di € di valore all’economia europea, di cui 2,5 a quella italiana. I posti di lavoro generati in Italia sarebbero 34.000: voi vi sentite parte dello stipendio pagato grazie a facebook? Più piccola, ma sempre significativa la quota generata dalla “App” economy. (Sotto l’innografia ricevuta dall’agenzia di PR di facebook per approfondire).

La domanda è:  quanto reale è questa economia? Quanto durerà? Qual  il “netto” di valore aggiunto rispetto a quanto facebook ha disintermediato?  Come si può integrare/misurare questa economia all’interno del sistema paese?

Altrimenti rischiamo di avere numeri che possono sembrare molto alti o molto bassi a seconda dei punti di vista (34.000 posti di lavoro, non meglio definiti, sono una azienda medio/grande o poco più) e di non capire davvero il reale effetto di facebook e del digitale sull’economia del paese.

 

Twitter ha un problema di credibilità?

Twitter sta avendo molta visibilità sui media in queste settimane. Le celebrity italiane (con qualche anno di ritardo su quelle USA) hanno scoperto il potenziale dei Social Media. Il presentatore Fiorello ha raggiunto in pochi giorni i 200.000 Follower su Twitter, confermando il potenziale virale di Twitter per le celebrity. Fiorello è bravissimo a tenere un suo show personale su Twitter e a coinvolgere le maestranze di Mamma Rai.

Ma non tutti i personaggi pubblici si muovo con altrettanta naturalezza e nel caso dei politici l’onere di costruirsi una identità digitale e di proteggerla sembra pesare un po’ troppo e creare effetti collaterali che potrebbero minare la credibilità del servizio. Premetto che penso che Twitter sia il Social Network più interessante del momento, che stia ridisegnando in modo molto positivo le modalità di distribuzione delle notizie e del dialogo tra politici e cittadini (e in alcuni casi anche quelli delle aziende) .

Chissà de il Neo Ministro dello Sviluppo Economico, Infrastrutture e Trasporti Corrado Passera è a conoscenza di questo profilo Twitter. Mentre il primo Tweet sembra vero, il secondo parla un linguaggio che difficilmente un manager accorto come Passera userebbe: “[...] la catastrofe incombe, e va evitata, anche se costa.”

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Boiron usa rimedi allopatici per il web marketing

Pare che la multinazionale francese dell’omeopatia BOIRON abbia minacciato di denunciare un piccolo blog italiano, intimando la rimozione dei contenuti ritenuti diffamatori. In rete se ne sta parlando moltissimo (e l’immagine di Boiron non ne sta uscendo benissimo, né quella dell’Omeopatia: seguite un po’ di link cliccando qui, qui o qui). Non mi interessa entrare nel dibattito se l’Omeopatia sia da difendere o meno, ma analizzare l’ennesimo caso di minacce legali verso la Rete, specialmente in questo caso in cui un’azienda che adotta la filosofia Similia_similibus_curantur decida invece di “curare” il “problema” della propria immagine con rimozione chirurgica e con la minaccia di denuncia: un rimedio dissimile, allopatico e anche – non mi denunci Monsieur Boiron – un po’ antipatico :)

La questione, a mio modo di vedere, tocca i fondamentali della Rete, del diritto, della libertà di espressione e delle relazioni pubbliche. È chiaro che deve restare fermo il diritto di chiunque (persona e azienda) di non vedersi diffamato ed è altrettanto chiaro che il reato di diffamazione deve continuare a trovare nei tribunali la sede del suo accertamento e esecuzione. Il punto da discutere, a mio avviso, è se ricorrere, come nel caso di specie, a questi rimedi sia efficace. Ovviamente è impossibile stabilire una regola generale, ed è chiaro che valori quali la dignità, il decoro, il diritto a fare business (non erano qui in gioco) vadano salvaguardati. Ovviamente vanno salvaguardati i diritti di un’azienda, non solo di una persona, a tutelare la propria immagine e reputazione. Non è però sempre detto che sia la denuncia/diffida il rimedio migliore. Specialmente sul web.

Diffidare e denunciare i blog: le conseguenze

La Rete è un organismo vivente, multicellulare, dove le persone esprimono libere opinioni per le quali devono certamente rispondere, ma che sono pronti a modificare, ma soprattutto o a discuterne. È proprio il dialogo, la chiave di “ingaggio” della Rete e iniziare un dialogo con una denuncia, beh, non è forse il modo ideale. Salvo casi estremi, come indicato sopra, credo che denunciare un blog per ottenerne la rimozione dei contenuti sia un rimedio (oltre che culturalmente lontano anni luce dall’omeopatia) inefficace per i seguenti motivi:

- di fatto i contenuti non verranno mai rimossi, in quanto saranno sempre accessibili attraverso archiviazioni, cache e ripubblicazioni spontanee a sostegno del “minacciato” che sono un comportamento di solidarietà molto frequente in rete

- la denuncia di una multinazionale contro un piccolo blog non appare mai come qualcosa di positivo per la prima, se a volte può funzionare per difendersi da un giornale o una rete televisiva, in casi come questi l’azienda finisce subito per essere vista come “il cattivo”

- non si costruiscono relazioni, ma le si distruggono e in uno spazio altamente relazionale quale il web  è una scelta negativa

- si finisce per amplificare quello che si voleva smorzare: “Una smentita è una notizia data due volte” diceva un vecchio politico italiano, “Una denuncia a un blog è un post moltiplicato cento volte” potrebbe dirsi oggi

- si perde la possibilità di diventare parte del dialogo, in quanto si porta il dibattito fuori dalla Rete e le proprie posizioni e eventuali sostenitori di esse non trovano quindi luogo e visibilità online

Se vi vengono in mente altri motivi, vi prego di indicarli nei commenti, così che possiamo sintetizzarli una volta per tutti,magari in un post successivo.

In sintesi: denunciare i blog quasi sempre è un rimedio inefficace.

Non è quindi una questione di diritto, né di etica, ma di efficacia. Credo che nella maggior parte dei casi, e sicuramente in questo, la strada della diffida/denuncia non vada perseguita. E si può dire questo in quanto trovo la denuncia contro i blogger una strategia INEFFICACE da un punto di vista di comunicazione, e non per questioni di principio, di diritto o di etica o, meno ancora di libertà di opinione (che in un sistema democratico non viene messa in pericolo da una denuncia, ma casomai dalla sentenza).

È importante capire questo, perché è a mio modo di vedere l’unico argomento che la maggior parte delle aziende ascoltano: l’efficacia, il ritorno. È difficile invece sensibilizzare molte aziende con il tema dell’etica.

L’importanza della buona consulenza

È chiaro che alla Boiron sono mancati buoni consigli. Per assurdo Boiron ha anche un blog, che pare non incidere molto, ma nonostante cerchi di entrare in questo mondo denuncia gli altri blogger. Difficile pensare che un blog che diffida in prima istanza, senza dialogo altri blog avrà mai il loro gradimento: è una questione di “cittadinanza digitale”.

Boiron non ha solo denunciato i blog, ma a quanto pare in passato li ha anche pagati per scrivere (bene?) di sè. Cercando un po’ in rete ho trovato alcuni post (1 | 2 | 3 e immagino molti altri post “sponsorizzati”… ). È una vecchia questione, quella dei ”Post Sponsorizzati”, che curiosamente riemerge nel caso di un’azienda che ora denuncia i blogger. :)

Come dicevamo, la sensazione è che sarebbe stato utile se qualcuno avesse spiegato a Boiron che su Internet funzionano meglio i rimedi omeopatici, come la conversazione, che quelli allopatici come le denunce, ma non ti aspetteresti di doverlo fare ;)

Voi che ne pensate?

Twitter nuova disciplina olimpica?

Twitter ormai ha sfondato nella sport industry, diventando un vero e proprio “canale parallelo” in cui gli atleti condividono ogni momento significativo della gara o della performance e le persone possono fare il tifo in un modo nuovo grazie al servizio di microblogging: tutti assieme anche a chilometri di distanza e “toccando” digitalmente i propri beniamini che rispondono in tempo reale.

Manca un anno alle Olimpiadi 2012 di Londra e la comunicazione online dell’evento comincia a scaldare i motori con una brillante iniziativa centrata su Twitter e chiamata #1YearToGo. Quale modo migliore di cominciare a “far rumore” e a scaldare gli animi che chiedere alle persone di dire (anzi, Twittare) la nazione per cui fanno il tifo? Usando il tag #1YearToGo e aggiungendo le tre lettere della propria nazione (#ITA #USA #BRA) si può aggiornare un tabellone virtuale e “far vincere” almeno sul terreno del Twitter-tifo, la propria nazione.

Grazie alla semplicità e agli standard aperti di Twitter si comincia sia a fare il tifo sia a competere per far figurare la propria nazione nel primo tabellone (mica tanto virtuale, visto che hanno votato già oltre 80.000 persone) della Olimpiadi 2012.

L’iniziativa e il tabellone virtuale

Le Olimpiadi 2012 su Twitter

Tutti i tweet di #1YearToGo

[via Mashable]

Where the Hell is Munnezza – L’uso buono della Rete per protesta.

Nei giorni scorsi si è parlato molto (troppo e spesso a sproposito IMHO) di SpiderTruman e I segreti della Casta, un blog anonimo, fortemente sovrapposto come messaggio a San Precario e che si sta rivelando una manovra politica dai contorni blurred. Trovo che invece di creare personaggi patacca, di riciclare in modo poco preciso contenuti poco attendibili, di alzare i toni il modo migliore di usare la Rete per un movimento di protesta sia la via dell’intelligenza, dell’ironia, dello spirito collettivo, del metterci il nome, la faccia e la voglia di cambiare.

Questo video riprende un virale storico http://www.wherethehellismatt.com/ e ricollocandolo tra il pattume di Napoli lo arricchisce di un nuovo senso: poetico, civico, creativo. Il Remix come nuova forma globale e interconnessa di creatività. Questa è la Rete, l’Italia e la Napoli che ci piacciono, credo di non essere il solo a pensarlo, vero?

GOOGLE+ OR GOOGLE*

Poi, un giorno, qualcuno mi convincerà che Google NON HA acquisito Diaspora, NON HA rinominato gli aspects in circlesNON HA implementato il codice sui suoi sistemi e NON HA scritto un NDA in cui Daniel Grippi and friends si impegnano a non rivelare l’accordo… un giorno…

One day someone will convince me that Google DID NOT acquire DiasporaDID NOT rename aspects in circlesDID NOT merge Diaspora code into Google’s system and DID NOT sign an NDA with Daniel Grippi and friends not to reveal the deal… one day…

La Wikileaks de Noantri: I Segreti della Casta.

UPDATE 21/07: A quanto pare e come sospettato da subito, non era nessun insider o precario vendicativo, ma un’operazione politica del “Popolo viola” alias Italia dei Valori: http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/19/caso-spidertruman-la-rete-prova-a-smascherarlo-capire-se-le-denunce-sono-vere/146308/ insomma una patacca. Allarmante anche l’ingenuità di molta stampa. (1 | 2). Se così fosse, poi, sarebbe interessante che IdV dicesse cos’ha fatto o cosa farà dei soldi ricavati con gli AdSense del blog, ottenuti diramando informazioni false (la storia dell’ex dipendente).

Sulla pagina facebook che in due giorni ha raggiunto quasi oltre 100.000 200.000 LIKE l’anonimo autore si dichiara uno che “Licenziato dopo 15 anni di precariato in quel palazzo, [ha] deciso di svelare pian piano tutti i segreti della casta”  o magari è un parlamentare insider come l’imprenditore che twittò dall’Assise di Confidustria. O un attacco di qualche forza politica in stile greenpeace, solo occulto e anonimo?

L’attenzione quasi ossessiva a meccanismi di back up “apro il blog se mi chiudessero facebook”, “apro twitter se mi chiudessero il blog…” puzzano di strategia di comunicazione e non di precario licenziato. Ad ogni modo questo blog promette di essere un fenomeno politico interessante, nelle prossime settimane. Non solo per l’attenzione che ha sollevato, ma perché l’autore si dimostra intenzionato a pubblicare i materiali che rivelano segreti e indiscrezioni più o meno noti e accessibili (e attendibili) di Montecitorio.

Poco importa se queste informazioni erano conosciute o meno, ha bucato, grazie al web e ora aspettiamo tutti il prossimo tariffario, come con Wikileaks aspettavamo il “next cable”. Fatte le debite proporzioni, ovviamente e considerato che si tratta di due cose completamente diverse: da un lato un’organizzazione che ha pubblicato documenti ricevuti da fonti anonime per proteggerle, qui delazione di tariffari e scontrini. Se Assange, infatti, ci ha consegnato documenti che riguardavano la geopolitica, qui parliamo di furbetti che si fanno rimborsare il computer facendo finta di esserne stati derubati o barbieri pagati come dirigenti d’azienda. Insomma siamo provinciali anche negli scandali. Ad ogni modo va sottolineato che è arrivata anche in Italia la forza erosiva di Internet come antipolitica, dopo Milano e dopo il domino di dittature nordafricane, anche nel Bel Paese cominciamo a sentire gli influssi e il potere della Rete.

Leggi il blog i”I segreti della Casta”: http://isegretidellacasta.blogspot.com/

Facciamo anche un sondaggio, secondo voi chi c’è dietro?

Greenpeace all’attaco di Volkswagen! Il web nuovo “terreno” per le battaglie sociali contro le multinazionali.

Greenpeace non è certo nuova a clamorose azioni di disturbo contro grandi brand e multinazionali. E non è nemmeno nuova all’uso del Web come terreno di scontro con le aziende da un lato e di recruiting per le proprie cause dall’altro, ricordiamo infatti il caso in cui  si responsabilizzava un noto snack per la deforestazione o il caso in cui Ken mollava Barbie e Greenpeace invitava a scrivere al CEO di Mattel.

Entrambi casi eccellenti di “rovesciamento” della comunicazione, nei quali i topic di maggior rilievo del brand (golosità e gusto e l’amore) vengono ribaltati e diventano tremende accuse al comportamento etico della marca.

Oggi però Greenpeace va oltre e per attaccare il colosso tedesco dell’automobile Volkswagen lancia una campagna web in grande stile, che va oltre il messaggio gridato e il video “virale”. Volkswagen Dark Side è un vero e proprio Social Network e contemporanemente un gioco di ruolo planetario in cui ci viene chiesto di coalizzarci per fermare la forza oscura di Volkswagen che “si oppone a misure antiinquinamento”.

Trovo questa campagna straordinaria da un punto di vista tecnico per svariati motivi che andrò ad elencare, ma anche stimolante dal punto di vista dell’etica, e concluderò con una domanda su questo.

 

Volkswagen Dark Side gode di una forza comunicativa straordinaria per i seguenti motivi:

- Ribalta un topos di una campagna di grandissimo successo, premiata al Festival di Cannes 2011

- Presidia il web in modo straordinariamente efficace, “occupando” le stesse keyword della campagna con però maggior efficacia grazie al passaparola che sarà sicuramente superiore a quello della campagna originaria e lascerà tracce a lungo

- Sfrutta le dinamiche del web in modo completo e maturo, con un meccanismo di Social Networking e affiliazione spinto da una “causa” altissima: salviamo il pianeta, condita dalla giusta dose di ironia

- Coinvolge chi ci entra in contatto con dinamiche di gaming grazie alle quali più partecipi e più amici coinvolgi più progredisci nel gioco e nella causa, attivando nuovi personaggi ed eroi che possono combattere le forze del male

- Ha tutte le leve e i bottoni ben settati per propagarsi alla velocità della luce (come sta facendo in questi giorni), tenete sott’occhio l’hashtag #VWdarkside per averne un’idea. UPDATE: dopo pochi giorni i “ribelli” partecipanti al gioco sono oltre 122.000!

Stiamo a vedere se e come risponderà la casa tedesca, se cederà come la casa dolciaria svizzera che ha dichiarato di interrompere l’utilizzo di ingredienti a rischio deforestazione o se userà vie legali o altre strade per salvaguardare la propria immagine. Conoscendo l’intelligenza dei due italiani che governano la comunicazione e il marketing della casa tedesca, sono sicuro riusciranno a uscire bene da un’impasse sicuramente ostico.

Sorge però anche una domanda: fino a dove è lecito spingersi per sostenere una causa condivisibile? Si può demonizzare in modo così radicale un’azienda per un singolo aspetto del suo comportamento con danni permanenti o di lungo periodo e un effetto negativo totalizzante che ritrae oggi la casa tedesca come “il male”? Questa domanda vale sia sotto il profilo giuridico (che conseguenze corre Greenpeace?) che etico: è accettabile una comunicazione che, seppur nel contesto generale di trasparenza e dialogo che giustamente la Rete comporta, aggredisce i modo così emotivo e frontale un’azienda?

Certo, se poi si ottiene il risultato, uno sarebbe portato a dire il fine giustifica i mezzi. Ma nessuno pesa poi i danni reali di questa campagna e il loro essere proporzionati all’effetto desiderato. Non è facile d’altronde. Non ho una risposta. Di pancia siamo tutti con greenpeace, è chiaro. Di testa un dubbio me lo pongo. Anche se Greenpeace è sempre molto brava nell’essere sì aggressiva e implacabile, ma ironica e misurata al tempo stesso, rendendo le “sue” campagne molto difficilmente attaccabili.

L’ultima considerazione è che i valori sociali saranno sempre più rilevanti, e le azioni di CSR delle aziende non incidono nemmeno una minima parte rispetto alle campagne partecipate dalle persone. Il tema etico e la Social Responsibility rischiano quindi di esplodere in qualunque momento per ogni azienda attraverso i “Social” Media. Un fattore da mettere in analisi e su cui fondare le prossime strategie di marca.

E voi, che ne pensate?

Whyred?

Nelle ultime settimane le due testate italiane che si occupavamo di Internet e innovazione hanno salutato i propri direttori. Riccardo Luna a brevissimo lascerà la direzione di Wired che aveva aperto e Luca De Biase lascerà quella di Nòva che ha condotto per molti anni rappresentando un punto fermo nella costellazione del web.

A modo loro (un modo molto diverso) Wired e Nòva tenevano aperto un dialogo, una conversazione, un dubbio: quello che il futuro potesse essere immaginato da chiunque lo sapesse sognare nel modo giusto e non solo dai cicli finanziari che già governano il presente. Nòva da parecchi anni godeva del rispetto di una nutrita schiera di imprenditori, giornalisti, consulenti, blogger. Wired aveva generato in poco tempo attorno a sè una fervida community. Così in questi giorni per le strade di Milano e per quelle del web serpeggia una sola domanda: Why? Perché?

Ho storpiato il titolo del post in Whyred? proprio per questo. Non per dare una risposta a un quesito (anzi due) che forse di risposte ne hanno troppe, ma per condividere un momento di spaesamento, in cui due forze che spingevano il paese in avanti vengono fermate senza un motivo apparente o dicibile.

Quindi continuiamocelo a chiedere: whyred? Perché dobbiamo rinunciare a Riccardo e Luca? Ma forse non dobbiamo nemmeno rinunciare a loro, ma solo seguirli altrove: sui loro Blog o su Twitter. Forse con la loro uscita dai rispettivi giornali Luca e Riccardo ci stanno, ancora una volta, indicando il futuro: le notizie che ci interessano non è detto che passino sempre per i giornali.

Curiosi lettori o lettori curiosi?

Mi hanno taggato su facebook in questa foto deliziosa. In effetti il Social Networking per animali ( o possessori di animali) è un fenomeno straordinario. Pensate alla socializzazione al parco “tramite” i cani e trasportatela su facebook. Diciamocelo, chi di voi no ha fatto il profilo al proprio gatto? ;) Chi non si è scambiato consigli sul Pet Food via web in un forum? Aspettiamoci grandi potenzialità dal mondo Pet sul web.

UPDATE al micio sopra oggi si è aggiunta anche questa dolce Schnauzer…

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Questo blog è la casa di due libri:

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La scheda del libro su Apogeo.
Internet PR su Anobii: qui.

Social Network: costruire e comunicare identità in rete (Scheda). di Marco Massarotto edito da Apogeo nel marzo 2011, disponibile nelle migliori librerie e online presso lo store di Feltrinelli.

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