Un amico vale più di mille badge? [facebook Vs. foursquare]

Una veloce premessa. La geolocalizzazione è una funzione di alcuni device tecnologici (smartphone con gps) e servizi web (social network) che consentono alle persone di identificare e comunicare il posto esatto in cui si trovano. Il fatto di condividere pubblicamente o semi-pubblicamente (ai propri contatti) la “location” in cui ci si trova innesca una serie di possibili conseguenze: scoprire chi dei propri contatti è lì, accedere a servizi mirati, scoprire l’esperienza avuta in quei posti da altre persone, lasciare traccia della propria esperienza etc etc

Una piccola parte di appassionati di tecnologia (generalmente definiti “Early Adopters”, quelli che hanno sempre le cose prima degli altri) stava già “giocando” da alcuni mesi con la Geolocalizzazione grazie a Foursquare. Foursquare è un geo-social-network costruito con molte feature tipiche di un gioco (punti da ottenere, premi da ricevere, segnalazioni da lasciare/scoprire…) che probabilmente hanno titillato la fantasia di noi early adopter, che spesso per nostra natura siamo anche un po’ geek.

Passato qualche mese i Location Based Services e la gelocalizzazione sembrano diventare il nuovo Eldorado del Marketing e la nuova frontiera di innovazione della società. Qualunque servizio web dichiara di stare sviluppando la propria piattaforma di geolocation. Passa qualche altra settimana e, dopo Twitter, anche facebook annuncia la propria soluzione: Places, rilasciato in alcuni paesi nella seconda metà di Agosto e presto anche in Italia.

Sono innumerevoli i post sull’argomento. Quasi tutti (senza ben capire perché) ritengono Places lesivo della privacy, il che a me pare abbastanza ridicolo, è come ritenere lesivo della privacy un megafono: dipende da come lo si usa, no? È controversa, invece, l’opinione sul duello tra Facebook e Foursquare per chi diventerà la piattaforma di riferimento in termini di geolocation.  Non amo fare previsioni, ma posto che, come sempre, sarà la “pancia” mainstream degli utenti a decidere le sorti di questa sfida a leggere alcuni segnali deboli pare non ci sarà partita e da qui alla fine dell’anno facebook diventerà la geo-piattaforma dominante. Proviamo a considerare i seguenti fattori:

- nonostante l’uso intensivo e invasivo di foursquare è sempre stato un numero limitato di utenti (gli early adopters) a attivare il servizio, suscitando curiosità (a volte fastidio) da parte degli altri.

- i servizi esclusivamente “geo” sono già più d’uno (foursquare, gowalla) e si contendono un mercato di nicchia

- un utente mainstream che volesse dar seguito alla curiosità e provare foursquare deve registrarsi su un servizio terzo, il che è un grande ostacolo in partenza e all’uso (anche dal device mobile serve aprire un’altra app e non la solita, cioè facebook)

- facebook places, sull’onda dell’Hype, è l’argomento del mese ed è lì: pronto da provare per tutti i 500 milioni di utenti facebook

- la apparente iniziale “povertà d’esperienza” di una registrazione effettuata con places rispetto a una effettuata con foursquare (badge, tips, punti) è apparente e ingannevole. Quando facebook places sarà a regime la “ricompensa” che se ne potrà trarre sarà molto maggiore dell’ennesimo badge, sarà l’integrazione con in nostro lifestream, sapere le relazioni che i nostri amici hanno con quel posto e tutto il Social Graph di un luogo.

Insomma, a guardarla con un po’ di distacco sembra quasi che foursquare abbia “tirato la volata” a facebook places, scatenando la community dei blogger sull’argomento, incuriosendo il pubblico generalista e sdoganando un concetto che adesso facebook può applicare alla massa. E a meno che foursquare sappia evolvere rapidamente in qualcosa di più e di utile, rischia di veder crescere le attività di geolocation su FS a ritmi esponenziali che non potrà contrastare… A quel punto su quale location vorrete registrarvi? Su quella da 20 early adopters con cui siete blandamente connessi o su quella con 200 amici?

E il marketing? Sicuramente arriverà (ci metterà un po’, prima del 2011 in Italia no vedremo, secondo me, grandi casi) e le potenzialità sono moltissime, ne riparleremo più avanti. In Israele c’è già un interessante esperimento di Coca Cola che integra Geo Location e RFID. Per finire le opportunità che la geolocalizzazione offre sono tantissime, basti solo pensare a: marketing di prossimità, rilevazione delle esperienze territoriali, promozione delle località turistiche, promozioni sul punto vendita, assistenza in mobilità…

Cannes, Titanium a Twelpforce: il Customer Care si sta sdoganando?

È di questa sera la notizia che l’account Twitter TwelpForce, con cui BestBuy offre supporto e consigli su Twitter ai propri clienti e prospect, ha vinto il Titanium a Cannes, il Leone riservato ai “concetti innovativi”. La categoria prevedeva una shortlist di oltre 25 iniziative, molte fumose e ben poco innovative, alcune al limite del falso, quale la campagna (curiosamente della stessa agenzia di Twelpforce, la CRISPIN PORTER + BOGUSKY) con cui Domino’s Pizza sta cercando di rifarsi una reputazione spacciandola per innovazione.

Sono molto contento di questa assegnazione, Twelpforce lo presentiamo ai clienti nei nostri seminari da almeno un anno. Ne approfitto quindi per riassumere perché lo trovo un progetto ben fatto (tra di noi… penso che gran parte del merito e della gestione sia di BestBuy più che dell’agenzia, che secondo me ha studiato il nome e il layout di twitter) e perché, anche se qualcuno è diffidiente e negativo, credo che sia un segnale molto importante che Cannes sta dando alla comunità creativa internazionale.

Con il Titanium a TwelpForce, infatti, abbiamo una serie di prime volte:

- È la prima volta che vince un progetto con numeri molto bassi (27,010 followers su Twitter)

- È la prima volta (credo…) che si assegna un premio così importante a un progetto centrato sull’understatement e la concretezza, invece che sulla spettacolarità e su toni “di marketing”

- È la prima volta che vince un progetto vero, non retorico. Non c’è una storia, una metafora, un’idea. Le frasi scritte su TwelpForce non vengono da un copywriter, non hanno secondi significati, servono a dire quello che dicono: “lo stereo lo trovi allo scaffale 28″.

Oltre a ciò lo trovo un segnale importante per altri motivi:

- È un progetto che chiede all’azienda di mettersi in gioco, e questo è un segnale abbastanza innovativo.

- Sicuramente verrà imitato, portando quindi la Torre d’Avorio dell’advertising ad aprirsi un po’.

- E un esempio di come valorizzare al massimo un account su Twitter, “elevandolo” a Leone a Cannes: bravissimi in questo quelli di CRISPIN PORTER + BOGUSKY, noi agenzie italiane dovremmo imparare a rispettare e promuovere di più il nostro lavoro.

Vediamo cosa ne seguirà e se questo premio catturerà un po’ di attenzione da parte di quei manager che spesso hanno trascurato progetti del genere perché poco glamorous…

I Social Network possono ridare valore ai siti delle aziende.

Da un paio di mesi ho una rubrica sul mensile Pubblicità Italia (sito qui, presto rinnovato…) di recente passato di mano a un nuovo gruppo editoriale a cui fa capo anche Televisionet. Rispettando i tempi editoriali li ripropongo qui un po’ dopo, quando il numero in questione non è più reperibile in edicola.

Una credenza ancora ben radicata nella testa dei marketers è che non si debba linkare a siti esterni dai siti aziendali. Non vi è convinzione più sbagliata e dannosa. Concepire un sito aziendale, senza link a siti esterni equivale a ignorare il mondo che circonda l’azienda e fornire un disservizio ai propri clienti. Internet, infatti, è sempre più usato dai consumatori  per formare la decisione d’acquisto e un prospect che giungesse su un sito privo di link esterni finirebbe per non ritornarci, cercando attraverso i motori di ricerca o altrove le informazioni sul prodotto che pensa di acquistare. Tutto ciò diventa ancora più importante con l’avvento dei Social Media. Un sito aziendale che ignori la conversazione sui media sociali è destinato a restare isolato e non sviluppare tutto il valore potenziale che ha in sé. Vediamo perché.

Aprirsi alla conversazione.

Se un consumatore arriva sul sito di un’azienda e trova dei link a “conversazioni” esterne a quel sito riceverà un servizio dall’azienda ancor prima di diventarne cliente. Un ottimo modo di iniziare un rapporto. Oltre a ciò il sito guadagnerebbe immediatamente dei contenuti freschi e aggiornati. Un primo contributo di valore, a un costo davvero basso.

Diventare la centrale di informazioni sui propri prodotti.

Il sito ufficiale di un prodotto dovrebbe essere la fonte di informazioni più completa e autorevole sul prodotto stesso, è un’ovvietà, eppure nella maggior parte dei siti delle aziende si trova una scheda tecnica del prodotto e poco altro. Prove d’uso, prezzi, recensioni abbondano in rete, ma a giudicare dai siti aziendali sembrano non esistere. Perché deve essere Google o qualche blog la fonte di notizie più aggiornata sui vostri prodotti? Raccogliere queste notizie nel proprio sito è già un primo passo che lo renderebbe più interessante a molti occhi, compresi quelli dei motori di ricerca e inviterebbe la gente interessata a tornare per cercare nuove notizie. L’aumento di traffico è il secondo effetto positivo: sembra un paradosso, ma a pensarci bene non lo è. Se un sito ci segnala cose interesanti, ci torniamo ogni giorno!

Dimostrarsi sicuri dei propri prodotti.

Un’azienda che non teme il giudizio dei consumatori dà l’impressione di essere un’azienda sana e con prodotti affidabili. Il solo inserimento di recensioni esterne dà immediatamente al vostro sito (e al vostro brand) un aspetto più affidabile e positivo. Altrettanto dicasi per la decisione di entrare nei social media con delle presenze ufficiali. L’assenza da tali spazi, anzi, rischia sempre di più di venire percepita come un segnale negativo, come la dimostrazione che l’azienda ha qualcosa da nascondere. Aprire dei presidi sui Social Network, intervenire nelle discussioni riguardanti i propri prodotti e pubblicare le opinioni dei consumatori sul proprio sito significa trasmettere maggior valore a consumatori.

Costruire un rapporto di fiducia.

Avere un sito aziendale trasparente e che riporti le reali opinioni dei consumatori, con lodi e critiche è il primo passo verso la costruzione di un rapporto di fiducia con i propri clienti on-line. È per questo che è fondamentale evitare scorciatoie e “furbate” quali l’aggregazione di recensioni false o solo smaccatamente posivitive. Qualche critica renderà il sito più credibile, a beneficio di tutti gli altri contenuti.

Dal sito all’HUB

Quanto sopra rappresenta solo un primo passo verso un’integrazione che sarà sempre più virtuosa. I Social network consentono ormai di integrare in modo semplicissimo le conversazioni relative a un brand su un sito a loro esterno, spesso offrono anche la possibilità di usare le credenziali di acesso degli utenti presso siti terzi. Rinunciare a lunghe procedure di raccolte dati per la registrazione, sostituendole con un semplcie clic e usando le credenziali di facebook, per esempio, sicuramente comporta una rinuncia: non avere a disposizione l’email o altri dati. Ma come prima fase di approcio al cliente tale rinuncia è forse ampiamente compensata dal fatto che si possono avere così molti più contatti da coltivare e da cui ottenere altre informazioni in futuro.

Il principio di fondo è che essere “aperti” e “sociali” sul web paga: in termini di visite, in termini di qualità dell’interazione, in termini di rapporto coi propri clienti. Utilizzare le soluzioni previste per i brand dai Social Media e integrarle in siti sempre più aperti e sociali  è la strada da seguire per le aziende, che devono naturalmente tendere a dove sta il mercato e non riunchiudersi in torri d’avorio che richiedono procedure di registrazione complessissime per accedere a contenuti di scarsa rilevanza. Il marketplace di Internet aspetta le aziende insomma, bisogna un po’ immergersi e venire allo scoperto, ma un gran numero di consumatori vocianti aspetta di essere convinto a comprare un prodotto.

Per approfondire:

Il Social Store di Levi’s: un esempio da seguire

È un esperimento tanto semplice quanto interessante quello di LEVI’s che ha integrato in modo fluido e efficiente facebook con il proprio sito di e-commerce. Mi capita troppo spesso di sentire timori di ogni sorta (legali, di privacy o altre scuse) che impedirebbero alel aziende di casa nostra di attivare una soluzione del genere, personalmente non ci credo molto, credo più alla pigrizia di dover spiegare i benefici di tale integrazione a chi si occupa di siti ed è refrattario a modifiche e layout che non siano quelli abituali.

L’uso della tecnologia Facebook Connect che consente di usare le credenziali di facebook per “loggarsi” su un sito esterno consente di registrare e mostrare su un sito terzo le azioni svolte dagli utenti facebook e quelle svolte da coloro che nel popolare social network sono nostri amici.

Gli effetti di ciò sulle decisioni d’acquisto sono decisamente interessanti, visitando la pagina di un modello di LEVI’s si può vedere se piacciono alla persona a cui si vogliono regalare o si può capire a quali dei propri amici/amiche piacciono i jeans che abbiamo intenzione di comperare. È come avere sempre i propri amici con sè, per un consiglio.

Mi vengono in mente moltissimi altri settori dove questa tecnologia sarebbe utile: i siti di Auto, di telefonia e tariffe, di moda in generale, di viaggi e a voi, su quali tipo di siti vedreste bene questa feature?

YouTube: presidenti a confronto.

È talmente reale ciò che arriva attraverso la rete e YouTube che diventa quasi imbarazzante. Attraverso il web arrivano senza filtri le opinioni delle persone, la vita delle aziende senza il maquillage degli spot e anche la voce dei politici, senza calze sulla videocamera e senza l’artefatto delle tibune politiche. Ecco come si presentano su YouTube i presidenti degli Stati Uniti d’America Barack Obama e dell’Italia Giorgio Napolitano.

Barack Obama

  • Diretto (con un video fatto ad hoc per YouTube)
  • Vicino (sorride, ha una presenza calda)
  • Chiaro (parla guardando in macchina, in un linguaggio semplice e coi sottotitoli)
  • Aperto al dialogo (spiega le sue decisioni e accoglie centinaia di commenti)
  • Ordinato e curato (un canale curato sin nei minimi dettagli)

Giorgio Napolitano

  • Riciclato (sono tutti spezzoni TV caricati su YouTube)
  • Distante (è sempre ripreso da lontano, a volte con macchina traballante e in pose che ne evidenziano l’età)
  • Retorico (parla per la TV, per luoghi comuni, non alla gente)
  • Disinteressato al dialogo (commenti disattivati)
  • Trascurato (un canale approssimativo in tutto, dalla grafica ai testi)

Insomma il confronto è impietoso, e i difetti sono tutti imputabili a una gestione del canale che si dimostra priva di obiettivi e di conoscenza della rete, sembra quasi che il canale sia stato aperto per prendersi della facile copertura stampa in occasione del messaggio di Natale del 2009 e che ora vivacchi semiabbandonato, dando al paese l’ennesimo disservizio e contribuendo a consolidare un’immagine dell’Italia come paese tecnologicamente arretrato, pressapochista e vecchio.

Tutto quello che avreste voluto sapere sul buzz…

…ve lo dice Clio Zammatteo in arte ClioMakeUp, che a forza di usare la webcam al mattino, invece dello specchio, è diventata famosa, ha scritto un libro ed è diventata la “Web MakeUp Artist” in esclusiva per Pupa. Il video online e gli user generated content in particolare sono e saranno sempre più centrali, ce lo dimostrano anche queste due slide di Forrester research secondo cui nel 2011 il video sarà la prima tipologia di contenuto fruita online e il primo tipo di video visto dai teen agers sarà “Videos created by other people”.

La ragione del successo di Clio è che è vera, parla come le ragazze che la seguono e le rispetta e sa proteggerle e proteggersi (“I videotutorial saranno sul canale di Pupa non sul mio YouTube che resta “pulito”, non voglio obbligarvi a vedere delle cose che non volete“), anche se ovviamente ha già imparato il mestiere e si preoccupa di dire che le aziende che la contattano (“e dei cui prodotti non fa le review per rispetto delle sue follower”) comunque “non fanno male”.

Investite 15 minuti a guardare il video di Clio: involontariamente e candidamente ci dà una lezione di come approcciare e gestire i blogger, gli “online influencer”, i “connectors” chiamateli come volete.

Dai Fan al “mi piace” passando per i follower. Considerazioni semantiche e strategiche per i brand.

Recentemente facebook ha introdotto una modifica ai servizi riservati alle aziende: le pagine che i brand possono aprire non si chiameranno più “Fan Page” e non avranno più il bottone “Diventa Fan” come azione richiesta all’utente per seguire gli aggiornamenti della marca. Sembra una modifica da poco, ma da un lato c’era chi già si stava costruendo piani di comunicazione, dall’altro un concetto importante, che si stava pian piano affermando è stato eradicato: con quali conseguenze?

Gli operatori di digital marketing hanno passato gli ultimi mesi a cercare di introdurre nei propri benchmark, nei propri piani e nei propri report il concetto di “Fan” per un brand. In alcuni mondi (marketing sportivo, entertainment…) il concetto di Fan è connaturato alla natura stessa del mercato, sono anzi state proprio le Rockstar e le Sportstar a fare da driver su facebook per molte fanpage di successo (a proposito: come le chiameremo adesso?). Diverso il discorso per i brand, con rarissime eccezioni che fanno scuola a sé (Apple, CocaCola, HelloKItty e poche altre) le marche o le aziende non hanno “fan”, non hanno “tifosi”, non li hanno mai avuti e, soprattutto, non sanno come gestirli.

Le aziende hanno consumatori, clienti, a volte felici a volte arrabbiati, forse hanno cultori e appassionati, ma quelli di Fan (tifosi) è un concetto troppo forte che sinora non era mai rientrato nelle teorie di marketing o nelle leve da sfruttare. C’era chi addiritittura aveva immaginato l’avere “1.000 fan autentici” come la formula contemporanea del successo, i Fan come gatekeeper della popolarità verso il successo di massa.

Il concetto di fan e la “Fan Culture”, d’altronde, non li ha certo inventati facebook, anche nella comunicazione è un movimento di massa che viene osservato da alcuni anni: si pensi solo all’ottimo lavoro di Henry Jenkins con Fans, Blogger e videogamers che analizza l’insorgere di un fenomeno di costume per cui consumatori sempre più appassionati e fidelizzati intervengono nei processi creativi e comunicativi della marca “dal basso”, ma con un influenza non più trascurabile. O si veda qui da noi l’ottimo lavoro di Giovanni Boccia Artieri che con “I Media-Mondo” esplora i temi della partecipazione ai media da parte di quelli che una volta erano “gli spettatori”.

Facebook, con la sua rapida e tumultuosa ascesa e il repentino raggiungimento di 400 milioni di utenti attivi e identificati con nome e cognome, ha semplicemnte portato a galla tutto questo, rivelando il nostro essere fan della Pizza o di Totti, ma anche di Apple o della Fiat 500. Informazioni preziose, ma anche l’abbozzo di piattaforme comunicative nuove per i brand. Dopo un paio di anni alla finestra alcune aziende iniziavano a pianificare attività per la propria “fan base”, trasformandosi in editori, in entertainer, in Media Companies per dirla “à la Forrester. Lo scoprire di avere (o di poter avere) dei Fan su Internet è stato accolto da alcuni marketing manager di casa nostra prima come una preoccupazione, poi come un fenomeno da comprendere, infine come una miniera d’oro da sfruttare. Probabilmente la verità sta nel mezzo, resta il fatto che il concetto di Fan stava producendo innovazione e sperimentazione salutari in molti piani di marketing.

Ora Facebook, preoccupata probabilmente di non avere trend di crescita sufficientemente alti negli investimenti pubblicitari a sostegno di queste pagine e di appianare uno scalino concettuale per i marketing manager meno familiari col web, ha eliminato il bottone “Become a Fan” e con esso tutto quanto ci siamo detti sopra, sostituendolo con un “Mi piace”.

C’è chi sostiene, come Fabio Giglietto, che sia un bene, dato che “diventare fan, almeno in alcune culture come l’Italia, non ha un’accezione molto positiva…” C’è poi chi cita un’email di facebook alle agenzie di advertising americane che sosterrebbe che: “‘Like’ offers a simple, consistent way for people to connect with the things they are interested in” – il like è un’azione più semplice per gli utenti – e che:  ”These lighter-weight actions mean people will make more connections across the site, including with your branded Facebook Pages” – con un’azione più semplice le aziende avranno più fans… pardon, amici… pardon… come li definiamo ora? Poi c’è chi si preoccupa che questa novità possa essere “al limite della truffa”, visto che siamo abituati a fare like senza subire le conseguenze” di ricevere poi aggiornamenti da una persona. Insomma un’edulcorazione dell’interazione e a mio modo di vedere è proprio questa edulcorazione il suo limite principale, che crea due problemi:

- Che fine fanno i Fan?

- Come definiamo concettualmente le interazioni tra brand e persone sui Social network?

“Che fine fanno i Fan?” è una domanda che prendo a prestito da Andrea Colaianni, ma che secondo me non significa “che fine fanno dentro facebook“, è irrilevante che fine fanno dentro facebook, secondo me “Che fine fanno i Fan?” significa che fine fanno nella testa dei direttori marketing, che fine fanno nei piani di comunicazione delle aziende. Se il termine poteva essere “troppo americano” il concetto era sicuramente innovativo e “importante”. Non abbiamo nemmeno lasciato il tempo alle aziende di familiarizzare con una nuova forma di relazione con i consumatori, con una nuova categoria di stakeholder, che subito gliela annacquiamo. “Che fine fanno i Fan?” secondo me è la domanda che gli operatori devono porsi nei prossimi mesi, cercando di trattenere quel che di buono c’era e di costruire piani, piattaforme, azioni di comunicazione che facciano leva su quella nicchia, grande o piccola, di consumatori che sono dei fan della marca, e che possono avere il ruolo di connector, di hub, di diffusori del messaggio di marca. O c’è chi ancora pensa che il viral marketing si faccia con un video “creativo”?

Definire concettualmente il ruolo dei consumatori che interagiscono con la marca nelle piattaforme di Social Networking è l’altra sfida aperta da questa decisione. Lo dico con un po’ di sollievo perché se da un lato il concetto di Fan ha una sua rilevanza, dall’altro era probabilmente riduttivo. Non tutti i consumatori disposti a interagire con la marca hanno quel grado di empatia e le interazioni possibili non si limitano solamente a azioni “da Fan”, ma saranno sempre più simili a un customer care evoluto, a un servizio clienti online, quando non a uno store, come detto in precedenza. Definire Fan i navigatori che scelgono di affiliarsi a una pagina aziendale era troppo restrittivo, una volta “salvati” i veri fan e creato loro un playground, un laboratorio dove sperimentare assieme alla marca, a mio modo di vedere è ora di passare a una relazione più matura da parte dell’azienda verso i propri consumatori online. In questo senso il “like” non aiuta, è ancora troppo emozionale, giocoso e, soprattutto, non declinabile. I “likers”? Non mi pare proprio il caso…

E se chiamassimo in soccorso il concetto di followers? Semplice, ricco di senso, già sperimentato con successo da Twitter e adatto sia a chi vuole una relazione forte ed emotiva con la marca sia a chi preferisce un approccio asettico e informativo. I navigatori possono sentirsi “Followers” nel senso di “seguaci”, “adepti”, “sostenitori” di un brand oppure possono più comodamente decidere di “Follow” di seguire un’azienda e i suoi aggiornamenti perché curiosi o interessati ai suoi prodotti o servizi.

From Varie

Seguici su Twitter” è una proposizione semplice, sensata e accettabile per un brand da fare ai propri consumatori. Un negoziante non si vergognerebbe di dirla a un porprio cliente, mentre probabilmente non si sentirebbe a proprio agio a dirgli: “puoi diventare mio fan su facebook” o “Dì che ti piace il mio negozio su Internet”. In centro a Tokyo molti negozi espongono biglietti da visita che invitano a seguire su Twitter le novità, a volte addirittura è lo stesso registratore di cassa che lo fa.

Non tutto il male vien per nuocere, quindi, se le aziende sapranno trarre da questo piccolo mutamento due grandi lezioni:

1) I fan sono importanti, create uno spazio per loro.

2) La comunicazione di un brand deve essere “seguibile“, deve saper attirare e mantenere dei followers grazie a un mix sapiente di contenuti e community management.


Crowdselling: è giunta l’ora di vendere ai propri fan di Facebook?

Ne avevamo parlato in un posto poco tempo fa: tra i motivi per cui gli Internet Users americani seguono un brand su facebook c’è la possibilità di avere sconti e “special offers” (vedi qui). Ora eMarketer torna con nuovi dati (volendo anche un po’ ovvi, come sottolinea Luca) che ci dicono che il primo motivo dichiarato per seguire un brand su facebook è ricevere “discounts and promotions”.

Oltre a ciò più di metà degli utenti facebook e il 67% di quelli twitter intervistati dichiarano che sono più propensi a acquistare e/o a raccomandare (!) un prodotto che “seguono” sui Social Network. Che si stia raggiungendo il sogno di ogni marketer: misurare direttamente in vendite gli effort di marketing?

Quali forme di vendita possiamo immaginarci in questo scenario: credito telefonico/dati venduto a te e al tuo network di amici? Vendi tre abbonamenti per me e ti regalo un iPhone? Trova chi compra una macchina con te e la usa le ore in cui a te non serve? Alcuni lo chiamano Crowdselling, di sicuro le opzioni sono molte.

Diciamo che per adesso il segnale dà un valore prospettico molto concreto alle azioni sui Social Media e che forse Automotive, Telco, Banche dovrebbero osare un po’ di più e “tentare” azioni anche commerciali. Resta aperto il discorso della piattaforma: quando facebook prevederà l’ecommerce? Come saranno gestite le transazioni? Un Social Network diventerà la più grossa banca mai esistita?

E se non riguardasse solo il Marketing?

Stavo sfogliando questa presentazione sui modelli di management ampiamente ispirata dai vettori del cosiddetto Web 2.0: comunità, conversazione, collaborazione. E mi è tornata in mente una domanda ricorrente la cui risposta conosciamo benissimo, ma che a volte da operatori del marketing tendiamo a dimenticare: non stiamo guardandola troppo stretta? Non siamo troppo focalizzati a studiare e analizzare gli effetti e le variazioni che le dinamiche della rete portano al marketing e ci dimentichiamo che le stanno portando alla società? Forse dovremmo cambiare punto di vista e ricordarci, mentre scriviamo un piano di comunicazione, che le forze sociali sotterranee al web cambiano le gerarchie di potere, prima che di comunicazione. Fare una campagna di comunicazione sui Social Media non deve essere una scorciatoia per una visibilità a basso costo, ma il riconoscimento di nuovi stakeholder e nuove regole di potere tra l’azienda e i consumatori. Solo allora le campagne funzionano davvero.

Ecco dunque uno schema noto ai Web Marketer applicato al management (cioè a coloro che decidono e pagano per le campagne di Web marketing ;-) )

Pagina successiva »


COMPRA IL LIBRO.





INFO

Questo è il blog del libro Internet PR Il dialogo in Rete tra aziende e consumatori di Marco Massarotto, Apogeo Editore. Il libro è disponibile a partire da Marzo Aprile 2008, il blog lo precede, ma soprattutto, lo farà continuare a vivere in rete.

La scheda del libro su Apogeo.
Internet PR su Anobii: qui.
Internet PR su Facebook: qui.

Ricevi le novità via mail
Ricevi le novità via RSS

Questo blog è pubblicato soto licenza Creative Commons 2.5 clicca qui per sapere cosa puoi fare con i contenuti originali di questo blog.

Creative Commons License